giovedì, 15 Nov 2018
Quattro Zampe
Curiosità Primo Piano

Carlo Verdone: un gattofilo romano de Roma

Cane o gatto? Sono più per i gatti. Sarà forse perché sono nato in una casa dove c’era prima un gattino, Meo, poi c’era Panzirina, altra micia. E poi andavo a portare da mangiare ai gatti, con la nostra tata, ai Fori Romani, al Teatro di Marcello, dove ci sono tante colonie di randagi. Era bellissimo, con loro ho sempre avuto un bel rapporto.

Carlo Verdone

Carlo Verdone, regista, attore, sceneggiatore e comico italiano si racconta, in esclusiva per Quattro Zampe, in una veste inedita, quella animalista.

Carlo Verone ama i gatti, in primis, ma anche i cani, come ricorda in queste pagine, conosce da tempo la nostra rivista Quattro Zampe e ci confessa:

Se fossi un gatto vorrei essere un Siamese, mi piace davvero tanto, per gli occhi, il pelo, il muso grigio e nero, o beige e nero…”

E se fosse un cane?

Forse vorrei essere un Akita Inu, che mio figlio Paolo sta pensando di prendere: sarà comunque lui a decidere. Io mi tengo fuori, ancora dobbiamo riprenderci dal dolore per la scomparsa del nostro amato Giotto, un Pastore Tedesco. Se fossi un cane mi piacerebbe essere anche un Pastore Maremmano, pure se, a essere sincero, forse è un cane troppo protettivo col padrone e troppo nemico verso tutti gli altri, quindi difficile da gestire, molto impegnativo.

Verdone, ma lei che rapporto ha con gli animali?

Intenso. Quando sono nato, nella mia casa paterna c’era già un gattino bianco che mi ha sempre fatto compagnia. Gli volevo un gran bene, si chiamava Meo. Poi è arrivata una gatta che fu presa giovanissima al Teatro Marcello di Roma. Era molto solitaria, così un giorno la nostra collaboratrice domestica la prese e la portò a casa: la chiamammo Panzirina, perché c’aveva ‘na panzetta abbastanza voluminosa. È stata la mia compagna per tanto tempo. Poi ricorderò sempre quando un giorno, restando a mangiare a scuola, al refettorio, arrivò il cestino di mia madre, col pranzo cucinato, e dentro c’era una lettera con questo testo: “Caro Carletto, purtroppo Panzirina è morta”. Mi ricordo che mi abbandonai a un pianto disperato, perché ero molto legato a quella micetta. Da allora non abbiamo più avuto gatti, perché abbiamo sofferto troppo per la perdita.

Altre esperienze con animali?

Molti anni dopo, a casa nostra entrò un cane, un Basset Hound di nome Artù, regalato da un pittore amico di mio padre e adottato da mia sorella Silvia, che lo amava alla follia. Era davvero buffo, sembrava un trenino, era lungo lungo, con un gran testone e gli occhi calati, era davvero molto carino. Purtroppo però, Artù era diventato difficile da tenere, perché non ubbidiva, era testardo, capoccione e chiassoso, e abbaiava in continuazione, interrompendo spesso mio padre nel suo lavoro di scrittura e di studio. A un certo punto papà arrivò al limite della sopportazione e fece un atto che, secondo me, fu una tragedia dal punto di vista dei rapporti con lui, perché chiese al suo amico di riprendersi Artù. Noi rimanemmo basiti di un tale gesto, domandandoci: “ma che… davvero papà dà via così il nostro cane?”. Purtroppo lo fece e questa cosa provocò una tensione molto lunga tra lui e mia sorella, per mesi non si parlarono.

Suo padre, poi, capì il grave errore che fece?

Assolutamente sì. Poi papà comprese di aver fatto un errore enorme nei confronti del cane e di noi bambini, così affezionati a lui. Non posso dimenticare il grande dolore provato quando vidi portare via Artù per farlo andare a vivere con il pittore amico di papà, che viveva da solo. Poi, forse, abbiamo anche dato una spiegazione al comportamento di questo nostro quattro zampe: siamo venuti a sapere che i Basset Hound sono tra i cani più restii all’insegnamento, molto difficili e testardi.

Il suo rapporto con gli animali si ferma a cani e gatti?

No. Una volta, in terrazzo, trovai un verdone, un uccellino simile al passero. Lo chiamammo Muzio – dall’antico romano Muzio Scevola che aveva una sola mano – perché aveva un’ala spezzata. Mi ricordo che feci tutto il possibile per farlo guarire, addirittura avvolgendo l’ala con dello scotch e uno stecchino: lo misi in una gabbia e lui, porello, stava là dentro, tentava di volare, ma una volta lo stecchino si rompeva, un’altra lo scotch si toglieva… Alla fine questo uccellino si era abituato a stare con noi, sembrava ammaestrato, la notte andava a dormire nella sua gabbia che lasciavamo aperta e il giorno gironzolava per casa saltellando.

È stato bellissimo condividere con lui tanti momenti. Fino a quando un brutto giorno Muzio ha deciso di suicidarsi involontariamente, perché tentò di prendere il volo dal nostro grande terrazzo, invece piombò giù, in via delle Zoccolette: mi precipitai subito al piano terra, ma lo trovai stecchito. Anche in questo caso vivemmo una tragedia e un grandissimo dolore.

E Giotto, il Pastore Tedesco?

Poi nel 2000, su espresso desiderio di mio figlio Paolo, di trent’anni, abbiamo preso un Pastore Tedesco da un allevamento di Bergamo. Appena arrivato, passammo tutta la serata a cercargli un nome e fu scelto quello che proposi io: Giotto. Era un cane lupo buono, affettuoso, intelligente, ma aveva un grosso problema: attaccava tutti gli esseri piccoli, compresi i bambini: chissà perché. Lo abbiamo anche portato da un esperto in cinofilia, mio amico, ma quando Giotto vedeva bambini o cani piccoli, per non parlare dei gatti, si trasformava all’istante, mostrando un’aggressività inaudita.

Questo era un grosso problema. Giotto era buonissimo con noi, molto affezionato alla famiglia, lo portavamo spesso in campagna a correre sui prati, però bisognava stare sempre attenti, era molto difficile da gestire in presenza di altri. Poi, negli ultimi tempi, con la vecchiaia, era diventato più docile, ha avuto tanti acciacchi, come tutti i Pastori Tedeschi.

Ora non c’è più, quando è morto abbiamo sofferto tanto, troppo. Ricordo quanto affetto ci ha dimostrato anche quando aveva poche forze e comunque pretendeva di fare la guardia per proteggerci. Mio figlio Paolo l’ha fatto cremare e deporre in una cassetta: ha sparso la metà delle ceneri nella campagna che Giotto amava tanto, dove abbiamo la casa e lo portavamo spesso a correre, tra gli ulivi. Poi ha sepolto sotto un ulivo la cassetta col resto delle ceneri del povero Giotto, sulla lapide c’è scritto: “A Giotto, questo era il tuo regno, dove correvi felice, ti divertivi tanto e stavi sempre con noi, felici di starti vicino”.

Pensate di prendere un altro cane?

Devo essere sincero, Giotto è stato un cane che ci ha segnato. Abbiamo talmente sofferto quando è morto che siamo incerti se prenderne un altro. Siamo stati troppo male. Però ultimamente mio figlio Paolo sta pensando di prendere un Akita Inu, un cane giapponese che gli piace tanto: comunque deciderà lui.

L’amore di Carlo Verdone per gli animali quanto ha influenzato i suoi film?

Purtroppo non li ha influenzati, le spiego il motivo. Tutte le volte che ho scelto di girare una scena con un gatto o con un cane è stato un problema, ho perso sempre intere giornate di lavoro, nonostante fossero anche animali ammaestrati. Mi è capitato pure di girare con un pitone, ma non c’è nulla da fare, quando il produttore legge che c’è un animale in una scena si preoccupa, perché sa benissimo che può andare bene la prima ripresa, come puoi rischiare di perdere un’intera giornata per una sola scena, perdendo molti soldi. Ah no, no, per carità!

Ma almeno ce ne sarà uno che è stato subito bravo?

L’animale che mi ha fatto buona la prima e anche la seconda ripresa, incredibile a dirsi, è stato un topo, che doveva fare un determinato percorso dalla banchina del Tevere, da un punto all’altro.

Tutti noi davamo per certo: lo sbaglierà, non lo farà, non partirà, andrà dall’altra parte, prepariamoci a fare l’animazione, metteremo il verde, faremo finta che il topo…  Invece ‘sto topo ha fatto esattamente quello che doveva fare, subito! Siamo rimasti a bocca aperta, perché avevamo preventivato di girare tutto un pomeriggio appresso a ‘sto topo, e invece, alla fine, si è risolto tutto in dieci minuti.

Che scena era?

Nell’ultimo film “Benedetta follia”. Mentre io e Ilenia Pastorelli parliamo, sotto una banchina del Tevere, a un certo punto spunta un topo e lei lo scambia per un castorino. Io le dico: “ma guarda che questo è un topo, è un sorcio e ce corre pure dietro”, e il topo l’ha fatto benissimo, è stato meraviglioso, veramente un colpo di grande fortuna!

Un commento su chi maltratta o abbandona gli animali?

So’ dei delinquenti, è gente senza cuore. L’altro giorno un mio amico mi ha detto che aveva adottato un cane trovato in una busta di plastica vicino a un cassonetto dell’immondizia. Chi l’ha fatto è una persona brutta, senz’anima, della quale bisogna diffidare. Gli animali hanno una loro etica, la maggior parte delle volte superiore alla nostra e quindi vanno rispettati. Io, però, sono critico verso alcuni tipi di animalisti troppo esagerati. Ci sono alcune persone che credono e pretendono di poter entrare ovunque e di far fare tutto al loro amato cane. Beh, io, quando avevo Giotto, evitavo di farlo entrare in farmacia, ad esempio, come segno di rispetto verso le persone che non lo avrebbero gradito. Ebbene, se ognuno di noi si ponesse questi scrupoli forse gli animali sarebbero accolti in modo migliore e più sereno. Ci vuole un giusto compromesso su tutto.

Ci può fare un esempio?

Un giorno entro in farmacia per comprare degli antibiotici, arriva un cane enorme che si alza, mette le zampe sul bancone e lo slinguazza. Nessuno gli diceva nulla. Devo confessare che mi ha dato fastidio: io, per carità, non ho fiatato, però la proprietaria avrebbe almeno potuto farlo scendere dal bancone, tirandolo giù col guinzaglio, e invece no! Su simili atteggiamenti sono abbastanza critico, mi sembra, semmai, un’ostentazione che si può evitare col minimo sforzo, rispettando delle regole che fanno bene a tutti, cani e persone.

Approfondimenti:

Visita il sito ufficiale di Carlo Verdone e scopri tutto sul famoso attore/regista romano

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