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sabato, 23 Feb 2019
Quattro Zampe
Curiosità

Mia e il leone bianco, il film

“Mia e il leone bianco” è stato girato nel corso di tre anni, permettendo ai due di crescere insieme, con immagini reali, senza effetti speciali. Viaggio nel backstage tra avventura, amore per gli animali ed emozioni vere raccontato dallo zoologo Kevin Richardson che ha supervisionato tutte le riprese.

Mia è solo una bambina quando stringe una straordinaria amicizia con Charlie, un leoncino bianco nato nell’allevamento di felini dei genitori in Sudafrica.

Per anni i due crescono insieme e condividono ogni cosa. Ormai quattordicenne, Mia scopre che il suo incredibile legame con Charlie, divenuto uno splendido esemplare adulto, potrebbe finire da un momento all’altro…

Una produzione ambiziosa durata tre anni, in cui la giovane Mia e il cucciolo di leone crescono insieme di fronte alla macchina da presa.

Una storia potente, coinvolgente, emozionante che vi toccherà il cuore. Lo zoologo Kevin Richardson incontra il regista Gilles de Maistre per la prima volta nel 2012. All’epoca Kevin stava per spostare il suo rifugio per leoni e de Meistre voleva filmare lo zoologo durante il suo lavoro. Tutto questo, per ovvi motivi di sicurezza, non era possibile. Ma de Maistre non si arrende, vuole girare delle immagini con il re della foresta e chiede a Kevin di dargli qualche idea. Ne nasce così una storia di fantasia, un dramma familiare pieno di sfondo morale che va dritto al cuore di chi lo guarda, iniziando dal divertimento e dalla novità del cucciolo, proseguendo col profondo legame che nasce tra Lea e il giovane leoncino bianco, fino al bruttissimo giorno in cui la all’improvvisa minaccia di doversi separare dal suo fraterno amico.

Abbiamo, quindi, iniziato a pensare a come strutturare il film e abbiamo deciso che sarebbe stato bello intrecciare l’idea del tradimento all’interno del racconto: la storia di un padre che tradisce la fiducia della propria figlia in relazione al suo leone, ma filmare una relazione tra un bambino e un leone era impossibile. L’unico modo era lavorare con il leone da cucciolo facendogli ‘adottare’ il bambino come se fosse suo.

Kevin Richardson, zoologo

Come avete scelto la bambina che in tre anni di riprese sarebbe dovuta vivere e crescere con i leoni? Non era un rischio? 

Questo tipo di storia di fantasia è molto più complicata da creare rispetto a un documentario, specialmente se si decide di rimanere il più fedeli possibile al rapporto tra leone e bambino, come abbiamo fatto noi. L’amicizia doveva essere reale affinché il pubblico si sentisse emotivamente coinvolto e provasse tutta la forza del tradimento. Quindi era cruciale che la nostra bambina fosse in grado di costruire un legame con il leone fin dalla più tenera età. Ho preso in considerazione l’idea di usare mio figlio nel film, ma era troppo giovane. Quindi dovevamo trovare qualcuno abbastanza pazzo da affidarci il suo bambino per un periodo di tre anni, qualcuno che era aperto all’idea di far crescere il proprio figlio accanto ai leoni. E quella era la vera sfida: non si trattava di trovare i figli giusti, quella parte non ci preoccupava. Si trattava di trovare i genitori giusti.

Come ha allenato Daniah e Ryan?

È stato davvero intenso. Tre anni di lavoro, con tre sessioni full-immersion ogni settimana, ogni sessione durava da due a tre ore. Inizialmente mi sono immerso totalmente in questo progetto perché avevo bisogno di impostare il lavoro di base. Sono stato, quindi, in grado di consegnare poi le cose a una squadra che si occupava di eseguire una o due sessioni delle tre settimanali. Quando il leone raggiunse un certo stadio, ho dovuto lavorare di nuovo a tempo pieno sul progetto, perché c’erano delle svolte cruciali che dovevano essere affrontate, tra cui alcune cose che dovevo insegnare ai bambini sui leoni e su come fosse necessario comportarsi con loro.

Non ha avuto paura di far stare così a contatto dei bambini con i leoni?

Anche per me è stata una sfida. So come comportarmi con un leone, ma avevo bisogno di trasmettere questa conoscenza ai bambini tenendo conto che erano solo bambini che non avevano l’esperienza che abbiamo noi adulti. Dovevo imparare a capire quando intervenire e quando lasciarli risolvere i problemi da soli. Si trattava di trovare il giusto equilibrio. Nel corso degli anni i bambini sono diventati mini versioni di me nel loro modo di lavorare, sebbene ognuno avesse la propria personalità. E i leoni possono percepirlo. Non sono stupidi. I leoni capiscono anche quali sono le tue intenzioni e non c’è modo di ingannarli in tal senso.

Come si è rapportato col regista Gilles de Maistre?

Ci siamo trovati fin da subito, dal momento in cui ha iniziato a lavorare sul suo documentario su di me, “L’uomo che sussurrava ai leoni”. Abbiamo lo stesso modo di vedere il mondo. Questo film non sarebbe stato possibile senza che Gilles fosse stato alla guida. Si adatta facilmente a tutto ed è un grande ascoltatore.

Come è stato lavorare con gli animali? Visto che non avete usato effetti speciali, quanto tempo avete impiegato per girare alcune scene?

Fin dall’inizio ho avvertito Gilles che la mia priorità numero uno sarebbe stata sempre il loro benessere. E così i programmi di produzione erano tutti incentrati su quello. Gli animali sono stati trattati come membri del cast, forse anche meglio. Tenevo d’occhio il loro benessere, ma mi sentivo davvero supportato dai team di produzione, che fosse Studiocanal, Galatée Films o Outside Films. Ho avuto altre esperienze di ripresa in cui non è andata così, esperienze in cui gli animali sono obbligati a “portare a termine il lavoro” e, se non ci riescono, aumentano le tensioni. Abbiamo avuto fino a tre giorni per girare alcune scene. In generale, abbiamo sempre avuto bisogno di un giorno, ma quando le cose non funzionavano, ci sono voluti due o tre giorni per fare tutto bene. Ho detto a Gilles che, poiché l’autenticità era l’obiettivo, il progetto poteva richiedere molto tempo per essere completato. Se avessimo voluto concludere le cose in 12 settimane, avremmo avuto bisogno di molti effetti speciali. Non saremmo stati in grado di catturare l’intimità tra la ragazza e il suo leone. In “Mia e il Leone Bianco”, quello che vedi sullo schermo è ciò che è realmente accaduto: un leone e una bambina che hanno forgiato un legame incredibile.

Ha mai preso in considerazione l’utilizzo di diversi leoni con età diverse?

All’inizio era un’idea: potevamo insegnare a Daniah a lavorare con un cucciolo, e poi con un leone di sei mesi, con un leone di un anno e infine con un leone di tre anni. Ero contrario a questa idea, perché il leone di tre anni sarebbe stato un estraneo. Se vuoi fare un film su una relazione stretta tra una ragazza e un leone, la relazione deve esistere veramente. Inoltre, non mi piaceva l’idea di avere cuccioli di leone ai quali avrei poi dovuto trovare una sistemazione. Si era capito che i leoni da utilizzare nel film sarebbero rimasti di nostra responsabilità fino alla fine dei loro giorni. Questi animali sarebbero diventati nostri e noi li avremmo aiutati.

Durante i tre anni di riprese, hai mai provato paura o avuto dubbi?

Ho una vena avventurosa e mi piace scuotere le cose. Alcune persone si chiedevano se fossi andato un po’ oltre. Hanno condiviso i loro pensieri con Gilles e le famiglie: “Come puoi mettere questi ragazzi in questa posizione?”. Non capivano cosa stessimo facendo e perché. L’unico modo per capirlo era venire in Africa, vederlo con i propri occhi e essere coinvolti nelle riprese. C’erano così tante emozioni, così tante connessioni e diverse personalità, che sembrava un’enorme famiglia.

Sicurezza e incolumità dovevano essere difficili…

Ho lavorato con leoni per l’industria cinematografica per quasi vent’anni e alcuni set sono stati il caos puro. Quando gli animali selvatici si trovavano sul set o nelle vicinanze, mi occupavo personalmente del debriefing in materia di sicurezza e protezione, dicevo alle persone dove potevano andare, cosa potevano fare e come agire in caso di problemi. L’obiettivo era impedire che si verificasse qualsiasi tipo di incidente, assicurandomi che le persone fossero sempre consapevoli che non bisognava mai abbassare la guardia e di non considerare mai i leoni come cani da compagnia. Non devi mai e poi mai dimenticare che questi sono animali selvaggi e che devono essere rispettati in quanto tali.

Qual è stata la tua più grande sorpresa?

Ci sono state molte sorprese e Thor, il leone, è stato l’artefice di molte di loro. Scherzo spesso con Gilles che Thor è il vero dio nordico reincarnato. Si adatta al suo nome, questo è sicuro. E i bambini, Daniah e Ryan, erano altrettanto sorprendenti. A prescindere da cosa gli capitasse, quei ragazzi erano solidi come la roccia. Hanno ascoltato, hanno capito e fatto ciò che ho detto loro di fare. Hanno perseverato. Sono pieno di ammirazione per loro. Conosco così tante persone che avrebbero gettato la spugna al minimo accenno di difficoltà. Ma questi bambini hanno detto: “Kevin, vogliamo continuare”.

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